La storia

C'era una volta...

Questa storia è una storia attuale, una di quelle poche storie in cui ciò che "c'era una volta c'è ancora. Nessuna meraviglia. Siamo in Abruzzo: raccontare una storia così, una storia speciale è possibile.

Tutto inizia in Contrada Ceppete. Siamo a Tocco da Casauria, versante nord-orientale della Majella, montagna madre di tutti gli abruzzesi. La Contrada Ceppete è, da sempre, terra di elezione per la coltivazione della vite ed è da questa che trae il nome: ceppo è infatti sinonimo di tralcio, dopo la fase della lignificazione. Ma a questo legame lessicale la zone unisce il legame storico del suo nome con quello della famiglia Filomusi che, originaria di Pesaro si spostò, intorno al 1500, ad Atri e di qui, successivamente a Tocco da Casauria, a causa di insanabili contrasti con i duchi di Acquaviva, potenti signori atrianesi. A Tocco da Casauria poi si imparentò con la famiglia Guelfi, giunta in Abruzzo da Arezzo, nel quadro della vasta riforma agraria realizzata da Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III di Borbone, il quale promosse il trasferimento di numerose famiglie toscane lui vicine alle quali venivano assegnate terre e masserie, con l'impegno di introdurre in Abruzzo forme più moderne di gestione della proprietà terriera.

I Filomusi fondevano così non solo il proprio nome a quello dei Guelfi, destinato altrimenti all'estinzione, ma anche i rispettivi patrimoni che già allora comprendevano i dieci ettari coltivati a vigneto. Contrada Ceppete è citata nei documenti storici che appartengono alla famiglia Filomusi Guelfi: in una mappatura dell'anno 1766 si riconoscono i confini di questo tratto di territorio "campese di coppe 6" che si estende tra declivi, corsi d'acqua e strade provinciali. Il tempo sembra essersi assentato: le colline sono le stesse di allora, ora tratteggiate dal ritmico alternarsi dei filari, ora nascoste sotto l'ombra dell'uva coltivata a pergola. I Filomusi Guelfi sono giuristi, letterati, appassionati di agronomia, cultori di medicina e storia dell'arte ma mai rinunciano al legame con la propria terra ed in particolare alla produzione di vino che vendono sfuso. Unica interruzione negli anni '50 del secolo scorso quando, a causa degli strascichi della guerra e delle mutate condizioni del mercato, si ritenne più proficuo vendere le uve anziché il prodotto finito. La tradizione di famiglia è testimoniata dai numerosi documenti conservati con cura, un tesoro che non viene custodito gelosamente, ma, anzi, condiviso. Le pagine antiche raccontano la storia delle dita che le hanno consultate, sfogliate, carezzate. Raccontano una storia che parla sempre il linguaggio della terra e del faticoso lavoro con cui essa produce frutti. Una storia importante non solo per la famiglia Filomusi Guelfi ma per l'Abruzzo stesso. Tra i documenti, infatti, figura un foglio ingiallito, appunti tracciati dalla grafia di un avo che, preso dai suoi conteggi, annotò il numero di cassette di uva Montepulciano conferite da un mezzadro. Il documento reca la data del 1821 e può in qualche modo contribuire a dar voce a chi, storico o agronomo, è impegnato a dimostrare come questo vitigno conservi sì un nome toscano - derivato con ogni probabilità dagli scambi commerciali tra Abruzzo, regione produttrice di lana grezza, e Toscana, trasformatrice di questa in tessuti - ma designi un vitigno che ha caratteristiche di tipicità tali da asseverarne con assoluta certezza la natura di vitigno autoctono.